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Accordo per l’Università, la Ricerca e l’Innovazione

Questo l’obiettivo del nuovo Accordo per l’Università, la Ricerca e l’Innovazione, stipulato il 7 novembre 2011 tra la Conferenza dei Rettori Universitari e Confindustria, un piano di azioni per sviluppare progetti di ricerca competitivi a livello europeo. Da quanto emerso dal settimo programma quadro dell’Unione europea sulla ricerca infatti, l’Italia contribuisce alla dote europea in campo scientifico con il 13,4%, ma raccoglie buoni risultati e recupera le risorse solo nell’8,7% dei casi. Ciò significa che, sebbene il team italiano sia estremamente propositivo e dotato di buono spirito d’iniziativa (in termini di progetti presentati ci collochiamo a pari merito con Francia, Germania e Regno Unito, Paesi che oltretutto mettono in campo una maggiore quantità di risorse umane), quando si parla di risultati e successi, ci avviciniamo ad un risicato 12,4%, molto lontani quindi dal 21% di UK e Francia o dal 18% della Germania.
accordo per la ricercaUn esempio su tutti si registra nel settore dei trasporti, in cui l’Europa mette a disposizione circa 3,2 miliardi di euro. Nei primi quattro anni, il dato registrato dalla progettazione italiana si allinea ai risultati degli altri paesi europei, superando il 22%, ma il dato che registra le risorse e i guadagni riscontrati si abbassa di molto rispetto a Germania (19%) e Francia (16%).
Lo scopo quindi del nuovo protocollo d’intesa è quello di sviluppare progetti competitivi a livello europeo, soprattutto in termini di qualità, e far crescere l’occupazione giovanile, favorendo l’ingresso dei neolaureati nel mondo del lavoro. Uno degli otto punti messi in campo dal piano prevede inoltre un costante controllo e monitoraggio sugli studenti universitari, per reclutare i migliori talenti atti a diventare nuovi docenti.
Anticipare i tempi del primo ingresso nel mondo del lavoro, riabilitando e riqualificando le lauree triennali, è un altro punto fondamentale del programma, che vuole inoltre cercare di incrementare il numero degli iscritti alle facoltà scientifiche, con sbocchi professionali più certi. Per fare questo si è pensato di incrementare e standardizzare i tirocini e gli stage post laurea triennale, per abbassare l’età di ingresso nell’occupazione professionale. Si tenterà di procedere verso un sempre maggiore avvicinamento tra università e imprese, che collaboreranno per far crescere l’appetibilità dei laureati italiani a livello europeo. Oltre ad evitare l’ormai decennale fuga di cervelli dal nostro paese, ciò su cui si cercherà di lavorare sarà anche l’attrattività del nostro paese per gli studenti stranieri, che in una misura assolutamente minima scelgono oggi di intraprendere programmi di ricerca in Italia (meno del 4%, anche per colpa della scarsità di corsi in lingua inglese, borse di studio a alloggi universitari) . Si tenterà anche di favorire la mobilità delle cattedre per docenti e scienziati stranieri, eliminando l’eccessiva burocratizzazione e diffondendo corsi altamente internazionalizzati.

Fonte: sole24ore.it

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