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La crisi minaccia l’autonomia dell’università

Un autorevole studio sull’autonomia universitaria di 26 paesi europei ha evidenziato elementi preoccupanti connessi alla crisi economica e alle politiche di austerity, che hanno comportato controlli più severi dei bilanci universitari e la riduzione degli oneri amministrativi e dell’autonomia finanziaria. Estonia e Regno Unito si collocano al primo posto nella classifica dei sistemi del terziario analizzati secondo quattro aree di autonomia.

La valutazione, pubblicata dalla Associazione Universitaria Europea a  Bruxelles il 15 novembre u.s., si traduce in un’analisi dello stato attuale dell’autonomia istituzionale in Europa. Lo studio ha provato che, a causa della crisi economica, il finanziamento pubblico non solo è diminuito, ma ha anche mutato la natura e la forma in cui viene fornito.

Il report sostiene che i finanziamenti pubblici sono sempre più soggetti a condizioni restrittive, legati ai motivi dell’assegnazione e a requisiti di crescente responsabilità. Questo ha dato alla pubblica autorità più potere sull’università, che ha contribuito in maniera significativa a ridurre la capacità delle università di gestire i propri fondi liberamente, riducendo così la loro autonomia. Il rapporto avvisa inoltre che questo genere di sviluppi sono preoccupanti per le università, in quanto possono ostacolare le capacità delle università di superare la crisi con successo.

Lo studio analizza il livello degli alti sistemi educativi sulla base di quattro aree di autonomia: organizzazione, finanza, personale e autonomia accademica, con 30 diversi indicatori.  “Con questo rapporto e la pubblicazione dei risultati sull’autonomia si vuole stimolare un dibattito più approfondito tra tutte le parti interessate e contribuire a migliorare i sistemi nazionali di istruzione superiore”, commenta l’autore del rapporto Thomas Estermann.

“Autonomia non significa assenza di regolamenti,” aggiunge Estermann. “Le università accettano la sfida di lavorare in un ambiente globale competitivo, ma per farlo hanno bisogno della necessaria libertà gestionale, del supporto dei quadri normativi e di finanziamenti sufficienti, altrimenti saranno soggetti svantaggiati.”

Estonia e Regno Unito sono gli unici stati a presentare un alto punteggio in tutte e quattro le aree di autonomia. Anche Irlanda e Stati scandinavi e baltici hanno ottenuto punteggi piuttosto elevati, mentre Grecia e Turchia figurano basse su tutta la linea.

La Francia si piazza al sedicesimo posto per l’autonomia organizzativa, scende al 22° per l’autonomia finanziaria e precipita al 27 ° per il personale e ancora più in basso per l’autonomia accademica. Anche la Svezia non brilla, ottenendo il 19 ° posto (pari con la Spagna e Svizzera) per l’autonomia organizzativa e il 15° ( a pari merito con la Finlandia) per l’autonomia finanziaria.

Ma proprio l’area dell’autonomia accademica è il fulcro del dibattito: l’Irlanda è
in testa alla classifica con il 100%, seguita da Norvegia (97%), Regno Unito (94%), Estonia (92%), Finlandia (90%) e Islanda (89%). Grecia e Francia si piazzano in fondo alla graduatoria, rispettivamente con il 40% e 37%.

Quando i quattro ambiti dell’autonomia vengono aggregati a formare una singola tabella, si può vedere che il Regno Unito si posiziona al top, con un punteggio di 94,75% ; seconda posizione per l’Estonia, terza la Finlandia e quarta l’Irlanda: tutte superano l’81% di autonomia. Nella parte inferiore della tavola troviamo la Grecia in ultima posizione, con un punteggio del 33%. Cipro, Francia e Turchia raggiungono meno del 50% sul punteggio complessivo.

Gli indicatori utilizzati per realizzare la classifica  comprendono il potere di fissare autonomamente il numero degli studenti, di iniziare e terminare i programmi accademici e di definirne il contenuto, e il grado di indipendenza in materia di garanzia della qualità.

Dal momento che l’EUA ha pubblicato il suo primo rapporto sulla autonomia nel 2009, ci sono stati segnali incoraggianti da parte delle recenti riforme, che in un certo numero di paesi hanno attribuito maggiore autonomia agli istituti universitari. Tuttavia, l’associazione ritiene che vi sono ancora molti vincoli che limitano le prestazioni istituzionali.

Sull’autonomia finanziaria, un certo numero di paesi non consente alle università di destinare liberamente fondi all’interno degli istituti o di conservare le eccedenze, limitando conseguentemente la loro capacità di pianificazione a lungo termine e lo sviluppo strategico. Per questo motivo, l’EUA ritiene che i governi dovrebbero estendere la durata dei periodi di finanziamento.

Sull’autonomia personale, mentre molti paesi consentono alle università di assumere personale liberamente, molti istituti non sono ancora in grado di decidere liberamente gli stipendi dei dipendenti. Questo può costituire un ostacolo considerevole quando si cerca di attrarre del  personale accademico e amministrativo di talento in un contesto competitivo internazionale.

Infine, l’EUA sostiene che le riforme nazionali volte a migliorare l’autonomia universitaria sono state spesso introdotte senza fornire istituzioni con le risorse umane e il sostegno manageriale necessario a sfruttare la loro nuova indipendenza.

“L’associazione invita pertanto le autorità pubbliche e la Commissione europea a sostenere le università in questo campo.”

Il progetto, della durata di due anni,  sostenuto dal Lifelong Learning Programme della Commissione Europea, è stata effettuato in collaborazione con l’EUA, comprendente la Conferenza dei rettori tedeschi, l’Università di Danimarca, la Conferenza dei rettori delle scuole universitarie della Polonia e l’Università di Jyväskylä in Finlandia.

 Fonte: universityworldnews.com

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