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La mobilità sociale non è un mito

Secondo quanto affermato dalla giornalista del The Guardian, Lynsley Hanley, in un articolo pubblicato lo scorso 20 ottobre sul sito del giornale inglese, la mobilità sociale non è un’utopia o un mito irraggiungibile, ma qualcosa di reale e tangibile nel momento storico attuale. Nonostante le critiche e i dubbi sollevati dai rappresentanti di opposte fazioni politiche, secondo quanto afferma il geografo sociale Danny Dorling nel suo ultimo studio, Fair Play, la laurea costituisce ancora un punto di partenza e slancio per la crescita professionale e per il raggiungimento di un livello sociale più elevato rispetto a quello di partenza.

mobilità socialeDorling mostra che nel panorama lavorativo il numero di laureati provenienti dalla classe operaia è cresciuto rispetto al numero di quelli provenienti da ambienti sociali medio-borghesi.
Una ricerca condotta dall’organizzazione di ricerca indipendente Resolution Foundation, dimostra che l’importanza di avere una laurea è aumentato nel tempo, a dispetto del presupposto che più persone istruite ci sono, meno preziose sono le loro qualifiche. Negli ultimi anni è stato dimostrato che a minori qualifiche corrispondono minori guadagni e l’istruzione superiore migliora la possibilità di trovare un lavoro remunerativo e gratificante.

Nel 2009, il consorzio Million+, un istituto di ricerca all’avanguardia nel dibattito politico sul ruolo e il contributo delle università all’economia e alla società, ha riferito che mentre solo l’8% degli studenti frequentanti 28 delle università prese in esame provenivano da famiglie di professionisti, il 17% degli studenti ha trovato lavoro come professionista entro tre anni dalla laurea. Nei 10 anni precedenti lo studio, si è verificata un’espansione nel mercato del lavoro che ha portato alla creazione di un milione di posti di lavoro nel settore pubblico in Gran Bretagna, la maggior parte dei quali nei ruoli di manager e dirigenti, mentre nel mercato privato crescevano i settori creativo, finanziario e giuridico, con conseguente aumento dei frequentanti i corsi di legge, mass-media e business.

Un’educazione più elevata porta ad ottenere posti di lavoro migliori, permanenti e ben pagati, con margini di crescita professionale. Tutto questo suggerisce che la mobilità sociale non è un mito impossibile da realizzare, ma è possibile e auspicabile creare più posti di lavoro per un personale qualificato, piuttosto che mantenere invariato e costante l’attuale mercato del lavoro.

La Hanley sostiene che è sbagliato pensare che esista una stagnante e statica vita lavorativa sempre uguale a sé stessa in cui le persone vivono vincolate a circostanze e condizioni sempre uguali a sé stesse.
Trent’anni fa, osserva la Hanley, in seguito ai licenziamenti di massa nelle industrie pesanti, migliaia di senza lavoro tornarono a frequentare l’università, soffermandosi soprattutto su materie quali la politica e la sociologia, nel tentativo di comprendere come il potere che gli operai avevano acquisito negli anni ‘70 con le organizzazioni sindacali si fosse dissipato così rapidamente. Un numero significativo di questi operai-studenti ha scelto poi di intraprendere una carriera da insegnante o assistente sociale, mentre altri sono diventati liberi professionisti, non necessariamente più ricchi, ma sicuramente più autonomi. È infatti assolutamente importante fare una distinzione tra mobilità economica e sociale, anche laddove è indubbio che la prima renda più facile la realizzazione della seconda: ogni individuo deve avere la possibilità di accumulare esperienza formativa, culturale e professionale, a cui non corrisponde sempre necessariamente un guadagno conseguente.

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