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Le università italiane a rischio default

Nel 2013, per la prima volta, il fondo di finanziamento destinato alle Università statali italiane sarà inferiore alle spese fisse per il personale complessive registrate negli ultimi consuntivi. Infatti, gli ultimi dati dicono che gli atenei spendono per gli stipendi dei docenti e tecnici ben 6,62 miliardi di Euro, mentre lo Stato “staccherà” un assegno di 6,6 miliardi! Certo, la differenza è minima. Ma questo è un dato importante che ci fa capire bene la gravità del problema. Inoltre, se i finanziamenti statali saranno interamente spesi per il personale già assunto, vi sarà poco spazio per gli investimenti nella ricerca e sviluppo.

Rispetto agli anni passati, le difficili e serrate trattative sindacali fra Rettori e Governo, che di solito accompagnano le manovre di fine anno, non hanno portato a risultati significativi. A meno di ripensamenti dell’ultima ora, il finanziamento aggiuntivo dello Stato si fermerà a quota 100 milioni di Euro. Questi numeri, hanno spinto il presidente dei Rettori Marco Mancini ha rilasciare dichiarazioni infuocate contro il Governo che, a parer suo, ha trovato il modo di non abolire le Province, di aiutare i Comuni ma non di mettere le Università italiane nelle condizioni di garantire i diritti costituzionali alla formazione e alla ricerca. Il ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo (collega di Mancini prima di entrare nel Governo) a dire il vero, fu il primo a denunciare il rischio default di alcuni atenei, ma neanche il suo “pressing” è riuscito a produrre risultati! Ma il rischio default non è chiaramente uguale in tutte le università, perché ogni bilancio ha una storia a se. Un primo indicatore di problemi in questo senso, è dato dal rapporto fra le entrate stabili di un’università (che oltre al fondo di finanziamento ordinario, comprendono i contributi studenteschi e le risorse per la programmazione) e le spese per il personale. Ad esempio, in alcuni atenei del sud, da Foggia a Cassino, dalla seconda università di Napoli a Sassari, le buste paga del 2011 hanno consumato più dell’85% delle entrate stabili, mentre in altre università questo rapporto si colloca ben sopra l’80%! Questa pessima situazione dipende da molti fattori (oltre i costi del personale), come la quantità di contributi statali assegnati ad ogni ateneo dai meccanismi del “finanziamento premiale“, che stabilisce le risorse in base all’andamento delle strutture in base alla ricerca e alla didattica. Questi dati sono considerati “problematici” anche per via della riforma Gelmini (dlgs 49/2012), che limita le possibilità di assunzione per gli atenei che stanno sopra l’80%, in base all’esigenza di riequilibrare i conti prima di allargare gli organici. Quindi, con la riduzione dei finanziamenti, potrebbero essere ben 32 le università a rischiare di “sfondare” questo tetto, cioè la metà degli atenei statali! Un altro indicatore di “rischio default” sono i cosiddetti oneri di indebitamento, cioè il rapporto fra le spese di ammortamento e le entrate stabili al netto di spese per il personale e fitti passivi. In questo caso, il limite fissato dallo stesso decreto Gelmini è del 15%, una percentuale ad ora superata già da 5 università. Vediamo ora di stilare una classifica degli atenei più a rischio per le spese e quelli più a rischio per i debiti accumulati.

Università più a rischio per le spese
Posizione Ateneo Spesa personale/entrate stabili (%)
1 Foggia 89.16
2 Cassino e Lazio meridionale 88.15
3 Seconda Università di Napoli 85.54
4 Sassari 85.23
5 Bari 84.61
6 Napoli – Federico II 83.72
7 Roma – Tor Vergata 83.48
8 Messina 83.02
9 Molise 82.45
10 Palermo 82.10

 

Università in pericolo per debiti
Posizione Ateneo % Indebitamento
1 Siena 38.00
2 Università per Stranieri – Siena 30.71
3 Università “L’Orientale” – Napoli 21.42
4 Macerata 18.50
5 Politecnico di Milano 15.15
6 Politecnico di Torino 13.72
7 Roma Tre 12.88
8 Piemonte Orientale 12.65
9 Università “Carlo Bo” – Urbino 12.33
10 Firenze 11.11

– Le classifiche sono state elaborate da “Il Sole 24 Ore” su dati Cnvsu e Crui.

fonte articolo: Il Sole 24 Ore

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