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I professori stranieri che lottano per l’uguaglianza nelle università italiane

C’è un gruppo di docenti universitari in Italia che hanno ragione di “invidiare” i loro colleghi esteri. Sono gli insegnanti di lingue assunti per la loro conoscenza di una lingua madre diversa da quella italiana. Americani, britannici, canadesi, cinesi, tedeschi, latinoamericani, spagnoli e russi, questi 1.500 professori accademici sono stati a lungo i responsabili della maggior parte dell’insegnamento della lingua straniera nelle università italiane. Sono spesso assunti con contratti conosciuti come “co-co-pro”, acronimo di “Contratto di Collaborazione a Progetto“, che li “dipingono” come lavoratori autonomi. Ciò significa che gli viene costantemente negato il congedo per malattia, maternità o lutto e sono anche pagati meno dei colleghi che insegnano letteratura italiana o straniera!

professori precari Nel 1980 il Parlamento italiano ha approvato una legge per riorganizzare le università del Paese. I docenti sono stati divisi in professori ordinari, professori associati e ricercatori. Alcune disposizioni riguardano anche i “docenti contratto”, una categoria che comprendeva tutti gli insegnanti di lingue straniere. La loro vulnerabile posizione al di fuori del sistema dipartimentale significa che in tempi di austerità, erano in prima linea per eventuali tagli salariali (in alcuni casi di metà del loro stipendio!). Ma secondo Clarissa Botsford, ex professore presso l’Università di Roma, che ha scritto la sua tesi di master su questa materia, dalla metà degli anni ’80 i professori di lingue cominciarono a vincere varie cause nei tribunali del lavoro italiani. Nel 1989, la Corte Europea di Giustizia ha stabilito che le leggi italiane che “limitano” i docenti stranieri con contratti annuali e negano loro l’assicurazione sanitaria e le prestazioni pensionistiche, abbiato attuato una violazione del Trattato di Roma! “L’Italia ha perso sei sentenze della Corte di giustizia europea su questo tema“, ha detto David Petrie, presidente dell’Associazione dei docenti stranieri in Italia. La Corte ha costantemente affermato che trattando gli insegnanti che erano, per definizione, non-italiani, in modo diverso ai propri cittadini, il governo abbia violato la legge europea sulla libera circolazione dei lavoratori. Ma, come disse la Botsford nella sua tesi e anche come il signor Petrie ha sperimentato nella sua carriera, la risposta italiana è sempre stata quello di resistere, ostacolare e ritardare l’adeguamento delle sue normative con quelle della Corte Europea!


Nel 1995, il governo ha offerto dei contratti a tempo indeterminato ai professori madrelingua e, al tempo stesso, ha ridefinito il loro lavoro come “esperti collaboratori linguistici“, in quanto questi “collaboratori” non sono dei veri e propri docenti e quindi possono essere pagati anche meno! Così, molti di loro si rifiutarono di firmare questi contratti e portarono il loro caso in tribunale, vincendo poi la causa. Nel 2010, il governo Berlusconi ha approvato una nuova legge che ribadisce lo stato separato e ineguale dei professori madrelingua e “spegne” cosè sul nascere le cause pendenti in materia. Ma torniamo al signor Petrie, un professore che insegna lingua e letteratura inglese presso l’Università di Verona dal 1984. Dopo aver abbandonato gli studi giuridici presso l’Università di Glasgow, il signor Petrie, che aveva già una laurea in scienze sociali presso l’Università di Dundee, decise di diventare insegnante di lingua inglese. Ha lavorato in Libia, Arabia Saudita e Italia, stabilendosi nella città di Verona. “Sono stato impiegato con un contratto annuale, ma mi è stato detto che potrebbe essere rinnovato solo cinque volte“, ha detto. “Poi mi è stato offerto un lavoro da un’università privata a Bolzano, che ho assunto come libero professionista. Ma i miei capi a Verona mi hanno detto che non potevo farlo e mi dissero chiaramente che se avessi accettato quel lavoro il mio contratto non sarebbe stato rinnovato“. Il signor Petrie portò così i suoi datori di lavoro in tribunale e vinse la causa. Ma quando tornò a lavorare vide che il suo nome era stato rimosso dalla rubrica telefonica universitaria e il suo ufficio trasferito in un box nel seminterrato, che doveva per giunta condividere con una dozzina di colleghi! Così fece delle fotografie della sua nuova “area di lavoro” e le mandò al Parlamento Europeo, che elaborò una risoluzione che condannava l’università perchè vi era stato un chiaro caso di abuso dei diritti umani. “Il problema principale riguardava i diritti di anzianità“, disse Stefano Giubboni, specialista in diritto del lavoro italiano. Il professor Petrie, in fondo, chiedeva solo parità di trattamento. Ma, come ben sappiamo, in un sistema lavorativo come quello italiano costruito sulla “raccomandazione”, il professore rappresentava una seria minaccia! Una parola che ci può spiegare meglio questa situazione è nepotismo, cioè la tendenza, da parte di detentori di autorità o di particolari poteri, a favorire i propri parenti a causa della loro relazione familiare e indipendentemente dalle loro reali abilità e competenze. Talvolta, specialmente in ambiente universitario, è utilizzato anche il sinonimo baronismo, derivante appunto dal titolo nobiliare di barone, con accezione ironica e ancor più negativa! L’anno scorso, questa causa fu presa a cuore anche dal Primo Ministro della Gran Bretagna David Cameron e il ministro britannico per l’istruzione superiore, David Willetts. Inoltre, prima di diventare il capo del governo italiano, il Primo Ministro Mario Monti è stato commissario europeo, il cui impegno verso un mercato unico non è mai stato messo in dubbio. “E’ interessante il fatto che lui sia al governo ora“, ha detto Petrie. “E sarà interessante vedere quanto il governo Monti sarà in grado di fare per cambiare la cultura delle università italiane“.

Fonte: nytimes.com

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